Dossier · Passaporto del Molise
Osservare il territorio · capire una pratica · restituire ciò che può insegnare
Un sapere che passa di mano
Il tombolo di Isernia tra lavoro, scuola e nuovi tentativi di trasmissione: cosa significa tenere viva una pratica quando non basta più ereditarla in famiglia.

La prima cosa che si sente è il rumore dei fuselli che si toccano. Sul cuscino c’è un disegno fermato dagli spilli; il lavoro finito è ancora lontano. Per qualche minuto si vedono soprattutto mani che incrociano fili e tornano sugli stessi movimenti.
Siamo partiti da qui per studiare il tombolo di Isernia. Non dalla formula “tradizione secolare” e nemmeno dai manufatti più spettacolari. La domanda che ci interessa è più concreta: che cosa deve succedere perché un gesto del genere continui a passare da una persona all’altra?
Foto: Passaporto del Molise
Prima del merletto finito
La lavorazione a fuselli usa strumenti semplici da riconoscere e molto meno semplici da padroneggiare. La documentazione del Ministero della Cultura dedicata al merletto molisano descrive il tombolo cilindrico — indicato a Isernia anche come “ru pallone” — appoggiato su uno scannetto, il cartoncino con il disegno fissato dagli spilli e i fuselli, “ri tummarielli”, mossi secondo un ordine preciso.
Nelle fotografie scattate durante il sopralluogo la struttura del lavoro si vede bene: il disegno dà una direzione, gli spilli fissano i riferimenti, i fili restano in tensione e i fuselli passano continuamente da una mano all’altra. La velocità arriva con l’esperienza; per chi guarda per la prima volta, invece, la cosa più evidente è quanto poco del risultato finale si possa capire senza osservare il processo.
Foto: Passaporto del Molise
Foto: Passaporto del Molise
Sulle origini è meglio non semplificare
Quando si cerca una data di nascita del tombolo isernino le ricostruzioni non coincidono. L’associazione locale richiama la tradizione secondo cui la tecnica sarebbe arrivata nel Cinquecento attraverso monache spagnole; la ricostruzione del Ministero della Cultura considera invece probabile una storia più antica, legata ai conventi benedettini, e riporta anche altre possibili influenze.
Non abbiamo motivo di trasformare una di queste ipotesi in una certezza. Per questo il Dossier preferisce partire dai punti che hanno una base documentaria più solida. Uno di questi è la presenza, all’inizio del Novecento, di una scuola d’arte applicata a Isernia: il catalogo ufficiale dell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911 registra la Regia Scuola d’Arte applicata della città come fondata nel 1908.
Quando il tombolo era anche lavoro
Il rischio di parlare del merletto soltanto come oggetto bello è perdere la parte più concreta della sua storia. Nel 2025 l’Archivio di Stato di Isernia ha dedicato la mostra “Le Mille di Isernia” alle merlettaie attive tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio della Seconda guerra mondiale. Documenti, fotografie, manufatti e registri sono stati usati per ricostruire il rapporto tra lavorazione, formazione, economia locale e lavoro femminile.
La ricerca presentata dalla Rai parla di circa mille cittadine le cui storie sono state ricostruite attraverso gli archivi. In alcuni documenti la loro reale occupazione non compariva nemmeno. È un dettaglio che cambia il modo di guardare un vecchio merletto: dietro il pezzo finito ci sono ore di lavoro, una competenza acquisita e un ruolo economico che non sempre veniva riconosciuto allo stesso modo.
Oggi la situazione è diversa. L’associazione “Il Merletto di Isernia – L’Arte nelle Mani”, nata formalmente nel 2021, dichiara circa trecento merlettaie e specifica che le proprie attività sono svolte a titolo volontario. Il numero è significativo ma non va confuso con un censimento indipendente delle persone che oggi ricavano reddito dal tombolo. Anzi, proprio il contrasto tra il lavoro di ieri e il volontariato culturale di oggi è uno dei punti più interessanti del caso.
Il problema di oggi è la trasmissione
Una pratica può essere molto visibile e, nello stesso tempo, avere pochi nuovi apprendisti. Per questo ci interessa ciò che sta succedendo nelle scuole più del numero di fotografie pubblicate o degli eventi organizzati.
Nel gennaio 2026 il progetto “Merletti della Memoria” ha portato maestre merlettaie nelle classi prime della scuola secondaria San Giovanni Bosco di Isernia. Per quattro settimane ragazze e ragazzi hanno provato le tecniche di base, senza distinzione di genere. L’iniziativa ha un valore preciso: sposta l’apprendimento fuori dal passaggio familiare e prova a costruirlo intenzionalmente.
Quattro settimane, però, dimostrano che una tecnica può essere incontrata; non dimostrano ancora che sia stata davvero acquisita. È una distinzione importante. La continuità si vede quando qualcuno torna sul tombolo dopo il laboratorio, quando chiede di proseguire, quando riesce a ricordare e rifare i primi movimenti. Le fonti pubbliche disponibili raccontano l’avvio del progetto, non ancora questo passaggio successivo.
Foto: Passaporto del Molise
Una comunità che prova ad allargarsi
La stessa associazione racconta oggi una comunità più varia di quella che normalmente immaginiamo quando pensiamo al tombolo: dichiara praticanti tra i venti e i novantaquattro anni, segnala la presenza di uomini e racconta attività con bambini e ragazzi. Sono dati della stessa associazione, quindi vanno letti come tali, ma indicano una direzione chiara: togliere la pratica dall’idea di un sapere riservato a una sola generazione.
Nel 2026 è stato pubblicato anche il volume “Voci e narrazioni nel Borgo del Merletto”, che raccoglie storie, testimonianze e immagini legate alla pratica. È un altro modo di lavorare sulla trasmissione: non sostituisce il gesto, ma prova a conservare ciò che gli sta intorno — memoria, parole, contesto sociale.
Innovare senza perdere il filo
Nello spazio che abbiamo fotografato convivono lavori bianchi ed écru, merletti incorniciati, colori accesi, piccoli oggetti e applicazioni contemporanee. L’associazione racconta di aver sperimentato filati colorati e metallizzati e di aver portato il tombolo verso accessori e oggetti diversi dal corredo tradizionale.
Foto: Passaporto del Molise
Non è un dettaglio estetico. Una tecnica che rimane legata soltanto agli usi di un’altra epoca rischia di perdere domanda e occasioni di pratica. Ma esiste anche il rischio opposto: usare i fuselli per qualsiasi oggetto e chiamarlo automaticamente continuità della tradizione.
Per ora non abbiamo una risposta definitiva su quali elementi rendano un merletto riconoscibilmente “di Isernia”. L’associazione utilizza nel proprio marchio una figura chiamata “campanella”, che presenta come tipica della lavorazione locale, ma per costruire una vera lettura tecnica servirebbe confrontare punti, disegni, lessico e metodi con altre scuole italiane del tombolo. È un tema che merita precisione, non slogan.
Il Festival aiuta, ma non basta
Nel luglio 2026 Isernia ha ospitato la quinta edizione del Borgo del Merletto. Ad aprirla è stato, per il secondo anno consecutivo, il Festival Internazionale del Merletto, presentato come luogo d’incontro tra comunità e tecniche provenienti da territori diversi.
Per questo Dossier il punto non è il numero di visitatori. Un festival diventa interessante se lascia qualcosa dopo la chiusura: una tecnica scambiata, un contatto che continua, un laboratorio comune, nuovi apprendisti, una collaborazione che non esisteva prima. Le fonti pubbliche che abbiamo trovato descrivono bene il programma e la dimensione internazionale dell’appuntamento, ma non forniscono ancora elementi sufficienti per misurarne gli effetti nel tempo.
La rete internazionale, inoltre, non nasce dal Festival 2026. L’“Albero della Speranza”, presentato a Papa Leone XIV nel dicembre 2025, era il risultato di un percorso iniziato nell’ottobre 2024 con comunità del merletto italiane, spagnole e portoghesi. Il Festival sembra quindi inserirsi in relazioni già avviate, più che crearle da zero.
Non serve un riconoscimento per rendere vivo un gesto
Intorno al merletto italiano esistono da anni percorsi di rete, tutela e riconoscimento. Sono importanti, ma in questo Dossier li teniamo sullo sfondo. La domanda centrale non cambia con un marchio o con una candidatura: una pratica continua se esistono persone che la sanno fare, persone disposte a insegnarla e altre che trovano una ragione per impararla.
Per questo il dato più interessante non è quanti manufatti siano stati conservati. È quante relazioni di apprendimento esistano oggi. Una dimostrazione pubblica può incuriosire. Un laboratorio può avvicinare. Solo il tempo dice se il gesto è passato davvero.
La buona pratica che emerge da Isernia
Il tombolo di Isernia merita un Dossier non soltanto perché è antico o riconoscibile. Merita attenzione perché qui vediamo diversi tentativi di risolvere lo stesso problema: come trasmettere un sapere quando non passa più automaticamente dentro la famiglia.
Scuola, associazione, laboratori pubblici, incontri con altre comunità e sperimentazione su nuovi oggetti sono risposte diverse. Non tutte hanno già dimostrato la stessa efficacia. Ma insieme mostrano che la salvaguardia non è un atto di conservazione passiva: richiede occasioni concrete in cui qualcuno possa guardare, provare, sbagliare e tornare.
Cosa ci insegna questa pratica
Un sapere immateriale resta vivo quando continua a passare tra persone. Conservare i manufatti è importante, ma non sostituisce la trasmissione del gesto.
Isernia sta costruendo nuovi luoghi di trasmissione — scuola, associazione, laboratori, incontri — proprio mentre il passaggio familiare non può più essere dato per scontato.
Quello che si può replicare. Il principio può valere anche altrove: mettere chi possiede un sapere nelle condizioni di insegnarlo direttamente, far provare la pratica e creare occasioni successive perché l’apprendimento non finisca con una dimostrazione.
Il limite da tenere presente. La vitalità culturale non coincide automaticamente con sostenibilità economica; i numeri dichiarati dalle associazioni non equivalgono a un censimento; gli effetti di un laboratorio o di un festival vanno osservati nel tempo.
Cosa resta dopo aver guardato le mani
Guardare un merletto finito porta quasi sempre a parlare di pazienza. Vedere la lavorazione da vicino aggiunge qualcosa: la pazienza da sola non basta. Servono memoria, coordinazione, errori corretti e molte ore passate accanto a qualcuno che riconosce immediatamente quando un filo è nel posto sbagliato.
È questa la parte che Passaporto del Molise vuole continuare a seguire. Non per decidere se il tombolo sia “salvo”, ma per capire se le nuove occasioni create a Isernia stanno davvero trasformando curiosi in praticanti. Se succederà, il valore del caso non sarà soltanto nel merletto. Sarà nel metodo con cui una comunità ha provato a non interrompere un sapere.
Fonti consultate
- Ministero della Cultura — Dal Fondo ENAPI: il merletto, Molise — Tecnica, strumenti, lessico locale e una delle ricostruzioni storiche disponibili.
- Catalogo ufficiale dell’Esposizione Internazionale di Torino 1911 — Registra la Regia Scuola d’Arte applicata di Isernia come fondata nel 1908.
- Ministero della Cultura / Archivio di Stato di Isernia — Le Mille di Isernia, 2025 — Mostra e ricerca sulla dimensione sociale ed economica delle merlettaie tra Ottocento e prima metà del Novecento.
- RaiNews TGR Molise — Una storia di tenacia e raffinatezza, 18 marzo 2025 — Approfondimento sulla ricerca archivistica che ha ricostruito le storie di circa mille lavoratrici.
- RaiNews TGR Molise — Merletti della Memoria, 28 gennaio 2026 — Documenta il laboratorio di quattro settimane nelle classi prime della San Giovanni Bosco.
- Associazione Il Merletto di Isernia – L’Arte nelle Mani — Fonte diretta su composizione dichiarata dell’associazione, attività volontaria, sperimentazioni contemporanee e marchio.
- RaiNews TGR Molise — Merletto e tombolo: la tradizione in un volume, 16 maggio 2026 — Presentazione del volume “Voci e narrazioni nel Borgo del Merletto”.
- Molise Network — Borgo del Merletto 2026, 13 luglio 2026 — Quinta edizione del Borgo e Festival Internazionale per il secondo anno consecutivo.
- RaiNews TGR Molise — L’Albero della Speranza presentato al Papa, 17 dicembre 2025 — Documenta la collaborazione avviata nel 2024 con comunità italiane, spagnole e portoghesi.
