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Dossier · Passaporto del Molise

Osservare il territorio · capire una pratica · restituire ciò che può insegnare

Un sapere che passa di mano

Il tombolo di Isernia tra lavoro, scuola e nuovi tentativi di trasmissione: cosa significa tenere viva una pratica quando non basta più ereditarla in famiglia.

Isernia, Molise Ricerca documentale e sopralluogo fotografico: 2026
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Mani di una merlettaia mentre intrecciano i fuselli sul tombolo a Isernia.

La prima cosa che si sente è il rumore dei fuselli che si toccano. Sul cuscino c’è un disegno fermato dagli spilli; il lavoro finito è ancora lontano. Per qualche minuto si vedono soprattutto mani che incrociano fili e tornano sugli stessi movimenti.

Siamo partiti da qui per studiare il tombolo di Isernia. Non dalla formula “tradizione secolare” e nemmeno dai manufatti più spettacolari. La domanda che ci interessa è più concreta: che cosa deve succedere perché un gesto del genere continui a passare da una persona all’altra?

Mani di una merlettaia mentre intrecciano i fuselli sul tombolo a Isernia.
Fuselli, filo, spilli e disegno: prima del merletto finito c’è una sequenza di movimenti da imparare e ripetere.

Foto: Passaporto del Molise

Prima del merletto finito

La lavorazione a fuselli usa strumenti semplici da riconoscere e molto meno semplici da padroneggiare. La documentazione del Ministero della Cultura dedicata al merletto molisano descrive il tombolo cilindrico — indicato a Isernia anche come “ru pallone” — appoggiato su uno scannetto, il cartoncino con il disegno fissato dagli spilli e i fuselli, “ri tummarielli”, mossi secondo un ordine preciso.

Nelle fotografie scattate durante il sopralluogo la struttura del lavoro si vede bene: il disegno dà una direzione, gli spilli fissano i riferimenti, i fili restano in tensione e i fuselli passano continuamente da una mano all’altra. La velocità arriva con l’esperienza; per chi guarda per la prima volta, invece, la cosa più evidente è quanto poco del risultato finale si possa capire senza osservare il processo.

Merlettaia seduta al tombolo durante una lavorazione a Isernia.
Il cuscino cilindrico, lo scannetto e i fuselli sono ancora gli strumenti centrali della lavorazione a tombolo.

Foto: Passaporto del Molise

Disegno fissato sul tombolo con spilli e fuselli durante la lavorazione di un motivo rosso a Isernia.
Il disegno fissato con gli spilli guida l’intreccio. Non attribuiamo un nome al motivo fotografato senza una conferma da parte di chi lo realizza.

Foto: Passaporto del Molise

Sulle origini è meglio non semplificare

Quando si cerca una data di nascita del tombolo isernino le ricostruzioni non coincidono. L’associazione locale richiama la tradizione secondo cui la tecnica sarebbe arrivata nel Cinquecento attraverso monache spagnole; la ricostruzione del Ministero della Cultura considera invece probabile una storia più antica, legata ai conventi benedettini, e riporta anche altre possibili influenze.

Non abbiamo motivo di trasformare una di queste ipotesi in una certezza. Per questo il Dossier preferisce partire dai punti che hanno una base documentaria più solida. Uno di questi è la presenza, all’inizio del Novecento, di una scuola d’arte applicata a Isernia: il catalogo ufficiale dell’Esposizione Internazionale di Torino del 1911 registra la Regia Scuola d’Arte applicata della città come fondata nel 1908.

Quando il tombolo era anche lavoro

Il rischio di parlare del merletto soltanto come oggetto bello è perdere la parte più concreta della sua storia. Nel 2025 l’Archivio di Stato di Isernia ha dedicato la mostra “Le Mille di Isernia” alle merlettaie attive tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio della Seconda guerra mondiale. Documenti, fotografie, manufatti e registri sono stati usati per ricostruire il rapporto tra lavorazione, formazione, economia locale e lavoro femminile.

La ricerca presentata dalla Rai parla di circa mille cittadine le cui storie sono state ricostruite attraverso gli archivi. In alcuni documenti la loro reale occupazione non compariva nemmeno. È un dettaglio che cambia il modo di guardare un vecchio merletto: dietro il pezzo finito ci sono ore di lavoro, una competenza acquisita e un ruolo economico che non sempre veniva riconosciuto allo stesso modo.

Oggi la situazione è diversa. L’associazione “Il Merletto di Isernia – L’Arte nelle Mani”, nata formalmente nel 2021, dichiara circa trecento merlettaie e specifica che le proprie attività sono svolte a titolo volontario. Il numero è significativo ma non va confuso con un censimento indipendente delle persone che oggi ricavano reddito dal tombolo. Anzi, proprio il contrasto tra il lavoro di ieri e il volontariato culturale di oggi è uno dei punti più interessanti del caso.

Il problema di oggi è la trasmissione

Una pratica può essere molto visibile e, nello stesso tempo, avere pochi nuovi apprendisti. Per questo ci interessa ciò che sta succedendo nelle scuole più del numero di fotografie pubblicate o degli eventi organizzati.

Nel gennaio 2026 il progetto “Merletti della Memoria” ha portato maestre merlettaie nelle classi prime della scuola secondaria San Giovanni Bosco di Isernia. Per quattro settimane ragazze e ragazzi hanno provato le tecniche di base, senza distinzione di genere. L’iniziativa ha un valore preciso: sposta l’apprendimento fuori dal passaggio familiare e prova a costruirlo intenzionalmente.

Quattro settimane, però, dimostrano che una tecnica può essere incontrata; non dimostrano ancora che sia stata davvero acquisita. È una distinzione importante. La continuità si vede quando qualcuno torna sul tombolo dopo il laboratorio, quando chiede di proseguire, quando riesce a ricordare e rifare i primi movimenti. Le fonti pubbliche disponibili raccontano l’avvio del progetto, non ancora questo passaggio successivo.

Lavorazione del merletto a tombolo in uno spazio dedicato alla pratica a Isernia.
Vedere una persona lavorare rende il gesto leggibile. Impararlo, però, richiede un’altra cosa: tempo passato accanto a chi sa già farlo.

Foto: Passaporto del Molise

Una comunità che prova ad allargarsi

La stessa associazione racconta oggi una comunità più varia di quella che normalmente immaginiamo quando pensiamo al tombolo: dichiara praticanti tra i venti e i novantaquattro anni, segnala la presenza di uomini e racconta attività con bambini e ragazzi. Sono dati della stessa associazione, quindi vanno letti come tali, ma indicano una direzione chiara: togliere la pratica dall’idea di un sapere riservato a una sola generazione.

Nel 2026 è stato pubblicato anche il volume “Voci e narrazioni nel Borgo del Merletto”, che raccoglie storie, testimonianze e immagini legate alla pratica. È un altro modo di lavorare sulla trasmissione: non sostituisce il gesto, ma prova a conservare ciò che gli sta intorno — memoria, parole, contesto sociale.

Innovare senza perdere il filo

Nello spazio che abbiamo fotografato convivono lavori bianchi ed écru, merletti incorniciati, colori accesi, piccoli oggetti e applicazioni contemporanee. L’associazione racconta di aver sperimentato filati colorati e metallizzati e di aver portato il tombolo verso accessori e oggetti diversi dal corredo tradizionale.

Manufatti tradizionali e contemporanei realizzati con il merletto a tombolo a Isernia.
Accanto ai merletti bianchi ed écru compaiono colori, piccoli oggetti e applicazioni contemporanee. È uno dei modi con cui oggi si prova ad allargare l’uso della tecnica.

Foto: Passaporto del Molise

Non è un dettaglio estetico. Una tecnica che rimane legata soltanto agli usi di un’altra epoca rischia di perdere domanda e occasioni di pratica. Ma esiste anche il rischio opposto: usare i fuselli per qualsiasi oggetto e chiamarlo automaticamente continuità della tradizione.

Per ora non abbiamo una risposta definitiva su quali elementi rendano un merletto riconoscibilmente “di Isernia”. L’associazione utilizza nel proprio marchio una figura chiamata “campanella”, che presenta come tipica della lavorazione locale, ma per costruire una vera lettura tecnica servirebbe confrontare punti, disegni, lessico e metodi con altre scuole italiane del tombolo. È un tema che merita precisione, non slogan.

Il Festival aiuta, ma non basta

Nel luglio 2026 Isernia ha ospitato la quinta edizione del Borgo del Merletto. Ad aprirla è stato, per il secondo anno consecutivo, il Festival Internazionale del Merletto, presentato come luogo d’incontro tra comunità e tecniche provenienti da territori diversi.

Per questo Dossier il punto non è il numero di visitatori. Un festival diventa interessante se lascia qualcosa dopo la chiusura: una tecnica scambiata, un contatto che continua, un laboratorio comune, nuovi apprendisti, una collaborazione che non esisteva prima. Le fonti pubbliche che abbiamo trovato descrivono bene il programma e la dimensione internazionale dell’appuntamento, ma non forniscono ancora elementi sufficienti per misurarne gli effetti nel tempo.

La rete internazionale, inoltre, non nasce dal Festival 2026. L’“Albero della Speranza”, presentato a Papa Leone XIV nel dicembre 2025, era il risultato di un percorso iniziato nell’ottobre 2024 con comunità del merletto italiane, spagnole e portoghesi. Il Festival sembra quindi inserirsi in relazioni già avviate, più che crearle da zero.

Non serve un riconoscimento per rendere vivo un gesto

Intorno al merletto italiano esistono da anni percorsi di rete, tutela e riconoscimento. Sono importanti, ma in questo Dossier li teniamo sullo sfondo. La domanda centrale non cambia con un marchio o con una candidatura: una pratica continua se esistono persone che la sanno fare, persone disposte a insegnarla e altre che trovano una ragione per impararla.

Per questo il dato più interessante non è quanti manufatti siano stati conservati. È quante relazioni di apprendimento esistano oggi. Una dimostrazione pubblica può incuriosire. Un laboratorio può avvicinare. Solo il tempo dice se il gesto è passato davvero.

La buona pratica che emerge da Isernia

Il tombolo di Isernia merita un Dossier non soltanto perché è antico o riconoscibile. Merita attenzione perché qui vediamo diversi tentativi di risolvere lo stesso problema: come trasmettere un sapere quando non passa più automaticamente dentro la famiglia.

Scuola, associazione, laboratori pubblici, incontri con altre comunità e sperimentazione su nuovi oggetti sono risposte diverse. Non tutte hanno già dimostrato la stessa efficacia. Ma insieme mostrano che la salvaguardia non è un atto di conservazione passiva: richiede occasioni concrete in cui qualcuno possa guardare, provare, sbagliare e tornare.

Cosa ci insegna questa pratica

Un sapere immateriale resta vivo quando continua a passare tra persone. Conservare i manufatti è importante, ma non sostituisce la trasmissione del gesto.

Isernia sta costruendo nuovi luoghi di trasmissione — scuola, associazione, laboratori, incontri — proprio mentre il passaggio familiare non può più essere dato per scontato.

Quello che si può replicare. Il principio può valere anche altrove: mettere chi possiede un sapere nelle condizioni di insegnarlo direttamente, far provare la pratica e creare occasioni successive perché l’apprendimento non finisca con una dimostrazione.

Il limite da tenere presente. La vitalità culturale non coincide automaticamente con sostenibilità economica; i numeri dichiarati dalle associazioni non equivalgono a un censimento; gli effetti di un laboratorio o di un festival vanno osservati nel tempo.

Cosa resta dopo aver guardato le mani

Guardare un merletto finito porta quasi sempre a parlare di pazienza. Vedere la lavorazione da vicino aggiunge qualcosa: la pazienza da sola non basta. Servono memoria, coordinazione, errori corretti e molte ore passate accanto a qualcuno che riconosce immediatamente quando un filo è nel posto sbagliato.

È questa la parte che Passaporto del Molise vuole continuare a seguire. Non per decidere se il tombolo sia “salvo”, ma per capire se le nuove occasioni create a Isernia stanno davvero trasformando curiosi in praticanti. Se succederà, il valore del caso non sarà soltanto nel merletto. Sarà nel metodo con cui una comunità ha provato a non interrompere un sapere.

Fonti consultate

Metodo Passaporto. Questo dossier nasce da sopralluoghi e fonti consultabili. Quando un dettaglio non è ancora verificato, lo segnaliamo invece di trasformarlo in certezza.

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